Ago 09 2016

In viaggio con mio figlio: BARCELLONA (Spagna)

Quando andai per la prima volta a Barcellona ormai nove anni fa, me ne innamorai perdutamente. Ho portato sempre nel cuore la sua bellezza e quando la lasciai, promisi di ritornarci un giorno con mio figlio. Volevo fortemente che vedesse quel posto che a me sembrò Casa: con i suoi colori e le sue forme, con la sua aria semplice e così spensierata, con la sua gente ospitale e sempre sorridente; che ascoltasse quella lingua simpatica e mai noiosa, la musica e le risate di cuore per le vie. Volevo che respirasse quel profumo inebriante di allegria che io, sebbene abbia visitato diverse città, solo a Barcellona ho provato.

E quel giorno che mi è sempre sembrato tanto lontano è  improvvisamente arrivato proprio quest’anno!

-”Amore, andiamo a Lisbona per Pasqua?” (dovete sapere che ho un debole per il Portogallo che ancora non son riuscita a visitare!)

-”No Mamma! A Lisbona non c’è una squadra forte!” (mio figlio, 10 anni, è il più grande appassionato di calcio che conosca!)

-”E dove vorresti andare allora???”

-”VORREI ANDARE A BARCELLONA!”

Questo viaggio in Catalunya è stato ancora più entusiasmante del primo, forse perchè visto con occhi diversi, con gli stessi occhi di un bambino che molto spesso dimentichiamo di avere avuto e che, soprattutto, dimentichiamo di utilizzare ancora!!!

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Ed eccoVi allora la mia personale guida di Barcellona in DIECI MOSSE…DA BAMBINO!

Primissimo posto da visitare per un tifoso (leggi: malato) di calcio in una città è lo stadio, quindi via al celebre Camp Nou. Conoscendo le mie pecore, ho prenotato anticipatamente e comodamente da casa il biglietto d’ingresso anche perchè si sa, i bambini odiano aspettare. La visita al museo però è avvenuta dopo la visita del campo, Bastian Contrario non stava più nella pelle! Toccare l’erbetta dove si allenano i suoi “eroi” doveva venire prima di tutto il resto! Mentre  lui correva da una parte all’altra come un forsennato tra una coppa e l’altra, io sbadigliavo ma ridendo. Di rito la foto con il calciatore fatto di cartone, l’unica fila che ha avuto la pazienza di fare!

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Al secondo posto consiglio un giro sulle rosse cabine della funivia del Porto di Barcellona (Aeri del Port) che arriva alla montagna del Montjuic. Come tutti i bambini, non conosce il senso del pericolo anzi, quasi adora sfidarlo. Per cui mi ha trascinato, io che ho un po’ di paura dell’altezza, sotto la Torre de Sebastià dove abbiamo pazientemente atteso che fosse il nostro turno. Panorama straordinario a 360 gradi sulla città, il tragitto dura poco più di cinque minuti, troppo poco per lui che avrebbe voluto continuare a volare per tutto il giorno sopra spiagge, case, grattaceli e barche!

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Al terzo posto c’è il parco divertimenti in cima al monte Tibidabo. Entrambi abbiamo adorato quest’attrazione, lui per gli infiniti giochi ed io per l’immensa bellezza del paesaggio unita all’atmosfera vintage che si respira (il parco è stato costruito nel 1889!). Ci si arriva prima con il treno, poi con il grazioso tram blu e poi con la funicolare. Si paga all’ingresso per usufruire di tutti i giochi e servizi all’interno e visto il prezzo non propriamente economico, ci abbiamo passato un’intera splendida giornata!

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Se, come me, siete genitori di un bambino che non ama le lunghe camminate allora il quarto consiglio è per Voi. Il bus panoramico Hop On Hop Off (sali-scendi) vi metterà entrambi d’accordo. La curiosità di stare in cima ad un mezzo a due piani decapottabile con le cuffiette rosse ad ascoltare la voce guida si esaurirà presto ma rimarrà comunque il divertimento del vento in faccia e la possibilità di vedere tutto dall’alto, aspetto importantissimo per i bambini che sono sempre costretti ad una vista dal basso!

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Al quinto posto le meravigliose opere di Gaudì: il suo brillante modo di giocare con l’architettura ha conquistato Marco che ha ribattezzato ogni sua opera. Dalla casa di pan di zucchero della strega di Hansel e Gretel (Parc Guell) al castello del mare di Ariel (la Sagrada Familia), dalla grande casa ondulata (Casa Milà) alla casa del drago (Casa Battlò). Opere d’arte che non stancano mai!

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Viste le sue immani lamentele sul perchè dovevamo camminare sebbene avessimo il bus a due piani a nostra disposizione, gli ultimi giorni mi s’è illuminata una lampadina con il caldo di marzo e il poco traffico per Pasqua: la bicicletta. Essendo già grandetto, abbiamo escluso il tandem e con una veloce lezione del codice stradale con il gentile proprietario di Happy Rental Bike, ci siam girati mezza città sulla pista ciclabile per la sua immensa felicità! Barcellona in bici è stata ancor più meravigliosa! Per questo il mio sesto consiglio va a tutti, grandi e piccini!

Dal Parc de la Ciutadella girato e rigirato in bicicletta, siamo arrivati fino alla meravigliosa Barceloneta, proprio a 5 minuti di bici dal parco, e una sosta, meglio se lunga, è stata d’obbligo. L’abbiamo inserita nella nostra top 5 dei posti preferiti della città, quindi anche se io Ve lo metto come settimo consiglio, vedete di andarci subitissimo quando arriverete a Barça! Con la sua piccola Nikon blu, Marco ha immortalato gli skaters sotto le palme e le sculture di sabbia lungo la spiaggia, abbiamo giocato sull’arenile dorato con la Vela dietro e ci è sembrato di essere davvero a casa. Parcheggiate le bici abbiamo pranzato proprio sul mare, al Chiringuito, e se io vado pazza per la paella, lui va pazzo per il boccadillo y jamon (panino al prosciutto crudo con un filo d’olio d’oliva).

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Così come ha adorato il lungomare dorato arricchito dalle sculture sabbiose, si è divertito da matti a girare per Las Ramblas tra mille mila persone e, soprattutto, tra le statue di bronzo che molte volte si è accorto fossero umane solo quando si è avvicinato a mettere una monetina. Sulla lunga via affollata (che sta all’ottavo posto ma sulla quale Vi ritroverete a passeggiare tutti i giorni) si torna davvero bambini tra le risate e l’incredulità, e ci si riempie gli occhi di colore più di qualsiasi altro posto: dal Mercato de la Boqueria (nel quale avremmo passato ore ed ore ma ci siam limitati a passare solo per colazione per riempire gli zaini di colorata frutta fresca e soprattutto di fragole a volontà) alla celebre pasticceria Escriba (dove dal 1906 sfornano delizie per tutti i gusti e di tutti i colori), dalle case signorili ai fiori in vendita nelle piccole edicole, dalla gioia dei camerieri che ti invitano a pranzo a gran voce agli occhi luccicanti dei bambini che corrono qua e là.

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Appassionati dell’arte dei graffiti, ci siamo ritrovati, quasi per caso, a girovagare tra i giardini di Walter Benjamin (scendendo da Las Ramblas al porto) un colorato e ordinato spazio underground tra alberi dai fiori rosa e musicisti improvvisati nel quale Marco si è divertito a fare l’hiphoppapparo dallo sguardo truce! Sebbene poco conosciuto e visitato, lo metto al nono posto della top10 dei luoghi più belli e particolari della città così come nella stessa posizione ci metto lo spettacolare tramonto che abbiamo ammirato dalla terrazza de Las Arenas, imponente e antica plaza de toros oggi immenso centro commerciale, ideale per il dopo-tramonto dei bambini affamati e quasi stanchi!

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Ultimo ma non ultimo consiglio, la Fontana Magica. Sotto il possente Palacio Nacional, la fontana farà impazzire di gioia tutti! Acqua, luci, musica e colori Vi faranno trascorrere una decina di minuti senza fiato! Attenzione massima agli orari dello spettacolo però!!! Noi abbiamo letto l’orario su un sito fidandoci, ma quando siamo arrivati in Plaça Espanya lo spettacolo stava finendo e quindi lo abbiamo visto purtroppo da lontano e abbiamo solo potuto immaginare quanto bello fosse da vicino!!!

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Il nostro bel viaggio è stato proprio a prova di bambino, son rimasta molto contenta, e anche se Marco continuerà a preferire sempre e comunque quello a Disneyland Paris (con tutta la ragione del mondo!) si è sbilanciato a dirmi che magari a Barcellona si potrebbe anche tornare! Ma allora questo suo lato magico colpisce davvero tutti!!!

A presto Barça!!!

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Lug 19 2016

Trekking di Sardegna: alla scoperta dell’Isola di Tavolara.

C’era una volta il regno di Tavolara. Agli inizi del 1800 un umile contadino si spostò sull’Isola disabitata dove costruì una casetta con tutti i comfort, possibili per l’epoca, per lui e la famiglia. Coltivò quella terra con amore e le “sue” capre selvatiche vennero su che una meraviglia tant’è che divennero così tanto famose per i loro denti d’oro (colorazione dovuta all’alimentazione di particolari piante presenti sull’isola) che un bel giorno il Sig. Giuseppe Bertoleoni ricevette la visita del re Carlo Alberto di Savoia in persona. Dall’alto della sua modestia gli si presentò a sua volta come Re di Tavolara e ben presto lo diventò. Il Re di Piemonte e di Sardegna infatti lo nominò ufficialmente sovrano dell’Isola con tanto di pergamena depositata alla Prefettura di Sassari, dandogli in pegno un orologio d’oro. Tanti anni dopo, il nipote Carlo, ricevette la visita dei funzionari della Regina Vittoria del Regno Unito che riconobbe il suo regno e che scattò una foto alla famiglia custodendola proprio dentro Buckingham Palace affianco allo stemma di Tavolara e riportando la dicitura: “La famiglia reale di Tavolara, nel golfo di Terranova Pausania, il più piccolo regno del mondo”. 

Ed io sabato son partita proprio alla conquista dell’Isola di Tavolara, proprio come più di 200 anni fa fece colui che fu Re Giuseppe!

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Il trekking, ormai lo sapete, è per me una delle attività più interessanti, entrare nel cuore della terra che mi ospita, sentirla scorrermi nelle vene e saper ogni volta ritrovare me stessa cogliendo la meraviglia che spesso dimentichiamo esista intorno a noi, son gli aspetti che più mi affascinano. L’escursione alla quale ho preso parte non è stata però un semplice percorso di trekking, è stata più una peripezia, un spingersi oltre i proprio limiti, un’avventura pazzesca che rifarei altre mille volte ma che, allo stesso tempo, non rifarei mai più. Per certi versi ha preso anche una piega mistica. Una cosa è certa, fino ad ora è stata l’esperienza più straordinaria della mia vita.

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Partiamo sabato in serata, al fresco. Da Cala Finanza (dopo Porto San Paolo), il gommone ci porta a Tavolara e ci lascia al molo carichi come muli e prontissimi ad affrontare la tanto attesa scalata verso Punta Cannone, 565 mt, punta più alta dell’Isola. Attraversiamo la spiaggetta affianco al molo e tutti si girano a guardare e leggo nei loro occhi pura incredulità. Il primo tratto è un sentiero in terra ma ben presto diventa una ripida salita tra arbusti che graffiano e rocce da scavalcare. Ridendo e scherzando arriviamo al primo tratto che ci toglie il fiato: attraversare un ramo di ginepro sospeso nel vuoto. Non guardiamo giù ma appena riusciamo ad oltrepassarlo il panorama alle nostre spalle si fa sempre più bello. I colori del nostro mare ci rapiscono per tutta la salita e quasi sembra sia lui a darci la forza per andare sempre più su. E’ sfiancante lo zaino pesante ma ancora siamo ignari di cosa ci aspetta. Arriviamo al primo punto panoramico (da urlo!) con il sole che fa scintillare l’acqua tutt’intorno a noi ed è proprio lì che ci dobbiamo imbragare. Quel casco non promette niente di buono penso e infatti la via ferrata inizia subito. “Maledetti ravioli!” continuo a pensare ma quel bisogno di spingermi sempre oltre i miei limiti e, soprattutto, la mia testardaggine innata mi porta su con le mani doloranti sul filo d’acciaio che per qualche istante temo di mollare. La parete rocciosa che scaliamo non da tregua e il sole ha già dipinto di rosa l’orizzonte: siamo dannatamente in ritardo!

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Affrettiamo il passo,ci facciamo seri e chiudiamo la bocca (per l’ultimo tratto ci riusciamo!) e arriviamo finalmente a due passi dalla cima completamente distrutti. Il sole è già sceso dietro le colline ma tra un cavo d’acciaio e un altro riesco a fare qualche buona foto, lo spettacolo è impagabile. Ancora una volta ringrazio il Cielo per vivere in Sardegna!! Ma c’è qualcun altro da ringraziare che sia andato tutto bene. Sopra la nostra testa, posizionata sulla punta dell’Isola c’è una piccola Madonna bianca. Decidiamo di raggiungerla, qualche altro tratto di arrampicata (tanto ormai ci abbiamo fatto il callo!) e arriviamo proprio in cima. Il silenzio di madre Natura ci avvolge. Idilliaco momento.

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Lo sguardo fugge a 360 gradi. La Corsica, l’Arcipelago de La Maddalena, Olbia, Golfo Aranci, le isole di Molara e Molarotto, Punta Coda Cavallo e mi sembra di intravedere anche le adorate montagne del mio paesino: San Pantaleo.

Tutta la poesia si interrompe quando torniamo giù a cenare a lume delle ultime luci del crepuscolo. Da buoni sardi togliamo fuori di tutto e di più: pane, salsiccia, pomodori, formaggio, tramezzini, anguria, melone, dolci, vino e caffè. Se non avessimo dovuto dormire lì son sicura che la roba da mangiare sarebbe stata il doppio negli zaini!!!

Una menzione speciale in questa avventura va alla notte trascorsa in bianco. Sarà l’adrenalina, la felicità, i pensieri del domani, l’ansia di fotografare l’alba, i litri di acqua bevuta e i chili di roba mangiata o chissà che altro ma i miei occhi non si sono chiusi un istante. E’ stata una notte altamente spirituale. Il non capacitarsi di quanta bellezza possediamo, le luci tremolanti di Olbia, il tramonto di una magica luna rossa, la musica proveniente da San Teodoro, la via lattea visibile ad occhio nudo proprio sulla mia testa, l’infinità dell’universo, le cinque stelle cadenti beccate, la favola del regno di Tavolara, gli aerei che falciavano il cielo a tutte le ore e i suoni della natura mi hanno fatto compagnia fino alle cinque quando, mentre gli altri russavano, ho impugnato la Canon e son salita ad aspettare l’alba. Una situazione soave. Pian piano i miei prodi compagni mi hanno raggiunto e tutti assieme abbiamo assistito alla lenta nascita del sole, un disco grande e infuocato che ha donato al cielo tenui gradazioni calde.

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Dopo un’abbondante colazione, tanto quanto lo era stata la cena, è ora della discesa. Siamo tutti ottimisti, la discesa, nonostante tutto, è sempre più facile. Non facciamo in tempo a dirlo che la nostra guida ci indica l’unico passaggio da fare, un salto in corda sulla roccia a picco sul mare. La paura mi attanaglia il cuore. In un lampo mi passa davanti la mia vita e, soprattutto, il sorriso di Marco. Non sono solitamente una persona che fa tragedie ma nella mia mente penso a come sarebbe triste il mio funerale senza le rose fuxia che ho dimenticato di ricordare a chi di competenza! Quindi rastrello nel cervello i pezzi di coraggio che si è sgretolato alla vista di quel dirupo e mi butto. No cioè mi butto è in senso metaforico. La paziente guida mi imbraga e mi spiega che devo fare, i miei compagni di disavventura da sotto mi incitano e mi incoraggiano (facile, dopo che l’hai fatto!) e inizio la discesa. Nell’ultimo tratto talmente che ci prendo gusto che sembro una scalatrice esperta saltellando anziché continuare a piccoli passetti! Arrivo sana e salva e decisamente rinvigorita! Tutto il resto della discesa sarebbe stato un gioco da ragazzi dopo ciò, pensiamo tutti. Ma non abbiamo ancora imparato a starci zitti. L’antica Hermaea non perdona! Ancora scivoli di roccia, ancora corde, ancora cavi d’acciaio e nuovamente il ramo di ginepro sospeso nel vuoto! Ancora rocce da scavalcare, ancora sentieri in terra ripidissimi, qualche caduta di sedere (e in questo caso “grazie ravioli!”) e ancora tante risate!

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E poi improvvisamente inizio a sentire la musica che preferisco: le onde del mare che gentilmente abbracciano le basse scogliere sotto di noi. Siamo quasi arrivati. Stanchi morti ma arrivati. Quella vista pazzesca da su diventa una distesa di colorati sassi smussati sulla lunga spiaggia di Spalmatore da una parte e di candide e grandi pietre di Cala Tramontana dall’altra, di fine sabbia chiara sui nostri asciugamani, di granito rosa modellato, cornice perfetta per i miei scatti, e di cristallina acqua turchese dentro la quale sguazziamo subito come bambini felici. La conclusione perfetta a 24 ore perfette.

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Bugia! La conclusione perfetta è stata il pranzo Da Tonino (quarto Re di Tavolara che mangia poco distante da noi) con una squisita spaghettata al gusto di mare ovviamente e sotto il vigile sguardo della famiglia reale ritratta a fine ’800! Dopo il bagno nelle favolose acque della spiaggia di Spalmatore di Terra non potevamo non sederci a brindare a questa splendida esperienza, a ridere e a scherzare ancora una volta tutti assieme prima di salutarci!

Un immenso GRAZIE va ai miei simpaticissimi e matti, tanto quanto me, compagni di avventura: Giovanni, Franco, Lieta&Gianfranco, Michelina&Giovanni. Non avrei potuto chiedere compagnia migliore! Avete trasformato questa difficoltosa e impossibile escursione in una semplice passeggiata tutta da ridere e da mangiare! Ps. Grazie perché adesso so anche parlare il dialetto Fonnese!!!

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Il GRAZIE più grande (potessi lo scriverei a caratteri cubitali) va alla guida ambientale escursionistica della Gennargentu Escursioni: Antonello Nonne. Un professionista eccezionale che ci ha guidato egregiamente e che ci ha raccontato dettagliatamente Tavolara, che ci ha dato forza e rassicurato nei momenti per noi più tragici (ricordiamoci la calata in corda nello strapiombo!), che ci ha aiutato fisicamente nei punti più difficili come fossimo leggeri come piume. Una persona sempre sorridente e mai stanca (ma come fa?) e che ci ha fatto sentire a casa mentre eravamo sul cucuzzolo della montagna con la moka che ci inebriava col profumo di caffè. Davvero G R A Z I E  D I  C U O R E!!!

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Ci sarebbe ancora molto da scoprire, l’Isola di Tavolara è molto estesa e ha mille altre perle nascoste che tornerò sicuramente a scoprire! Ma, per il momento, dal Regno di Tavolara è tutto :)

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(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

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Lug 15 2016

NordOvestSardegna ontheroad: ultima tappa – IL MARE

Lasciata la necropoli de Su Crocifissu Mannu, il caldo torrido del due di luglio mi trascina nel posto perfetto per lui: il mare. Seguo quindi le indicazioni per Platamona, la spiaggia più celebre nella zona, nota ai più come “la spiaggia dei sassaresi“.

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Il litorale è lunghissimo e il panorama, che si guardi verso est, ovest o nord, è mozzafiato.

All’interno del Golfo dell’Asinara (l’Isola si staglia proprio davanti), l’arenile sabbioso dalle acque cristalline, dotato di tutti i servizi e di ogni comodità (e parcheggi a volontà!), si allunga verso est fino alla Marina di Sorso e verso ovest, quindi verso Porto Torres, lascia spazio ad imponenti formazioni di roccia, le cui gradazioni di colore passano da dorato a bianco sotto l’occhio vigile di una grossa torre che sembra adagiata sul mare. Decido quindi di rimettermi in macchina per raggiungerla.

Proseguendo sulla SP81 direzione Porto Torres, tra un’ombrosa pineta, raggiungo la torre aragonese di Abbacurrente. Si erge su di un bancone di roccia, era una torre da segnalazione facente parte del sistema difensivo costiero sardo, ora ristrutturata si lascia sfiorare dal mare e protegge l’omonima spiaggia dalla sabbia grigio chiaro scavata nella roccia.

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I colori del mare diventano più scuri man mano che lo sguardo si sposta verso l’Asinara: celeste, verde smeraldo, azzurro, blu. E mentre scruto l’orizzonte, doverosamente i neuroni strimpellano la canzone dei Negramaro…”ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il maaaare!

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Ma c’è qualcosa che attira ancor di più la mia attenzione: le bianche scogliere turritane che zigzagano per la costa verso Porto Torres. E’ più forte di me, salgo in macchina e le raggiungo.

Dal parcheggio poco distante la piccola e deliziosa chiesetta di Balai Lontano raggiungo, con fare infantile e senza rendermi conto dell’erba alta e secca che graffiava le gambe, il posto più in cima per ammirare meglio quello spettacolo della natura. Ma essendo a strapiombo sul mare è impossibile vedere bene come invece io fortemente volevo. Mi intrufolo quindi tra alcune reti messe a protezione della scogliera (tutto il sito è stato inserito nella mappa dei siti ad alto rischio di erosione calcarea e nell’elenco dei siti a rischio idrogeologico) e quello che vedono i miei occhi mi rendono, per un istante, la persona più felice del mondo! Una caletta, un piccolo fiordo, un’insenatura dai colori che tolgono il fiato era proprio sotto i miei piedi, giù per non so quanti metri, nel silenzio più assoluto, ho smesso di respirare per qualche secondo, una di quelle bellezze che ti fa gridare a gran voce: GRAZIE A DIO SONO SARDA! ma che in quel momento toglie il fiato, tutto quello che hai nel corpo.

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La stanchezza di un’intera giornata inizia a farsi sentire dopo quella vista che ha scatenato una tachicardia pazzesca, il caldo torrido non mi da tregua ma per tornare verso casa scelgo la via più lunga nonchè la più bella: la SS200 fino a Castelsardo e, da qui, la SP90 fino a Santa Teresa di Gallura. Sono le panoramiche del nord Sardegna, quelle che ogni tanto ci dimentichiamo che esistono, noi che siamo sempre di fretta, che corriamo e che non ci godiamo mai l’attimo. E’ stata la scelta migliore, in assoluto. Panorami da urlo hanno accompagnato tutta la via del rientro, paesaggi che non avevo nemmeno mai visto e nomi di paesi mai sentiti, una tranquillità nel percorrerla mai provata.

Ed è proprio quando si guida rilassati che si fa più attenzione ai dettagli, come per esempio un cartellone su una strada quasi dimenticata, che diceva così: “Vieni a Sedini a vedere la Casa nella Roccia!“. E secondo Voi potevo far finta di nulla???

Sempre vista in foto, mai il tempo di andare appositamente a vederla, imbocco immediatamente l’incrocio per Sedini, il piccolo comune dell’Anglona arroccato a 300 m di altitudine tra Castelsardo e Valledoria divenuto celebre proprio per la presenza della magnifica Rocca, così chiamata dai suoi abitanti, oggi interessante museo sulle tradizioni etnografiche della regione! Inizialmente una necropoli, sorge nel mezzo del centro abitato, e nel corso del tempo ha avuto diversi utilizzi: prigione, cava, luogo di ricovero per animali, negozio, sede di partito e abitazione privata. Considerata la cattedrale delle Domus de Janas, La Rocca di Sedini è mastodontica e dannatamente suggestiva. Io ne ho adorato ogni angolo!

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Con la visita, per puro caso, de La Rocca di Sedini, si conclude alla grande la primissima tappa dell’edizione estiva de  #lamiasardegnaontheroad. Spero di averVi stuzzicato :)

Il Nord-Ovest è ancora tutto da scoprire ma, per il momento, da questa parte di Sardegna, E’ TUTTO :)

(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

 

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Lug 12 2016

NordOvestSardegna ontheroad: 2’ tappa – Necropoli SuCrocifissuMannu (Porto Torres)

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Lasciato il Monte d’Accoddi sulla destra, mi rimetto sulla vecchia SS 131 direzione Sassari alla ricerca, poiché non segnalata (sai che novità!), della necropoli de Su Crocifissu Mannu. Scopro subito che devo fare inversione di marcia e tornare verso Porto Torres, aguzzare la vista e svoltare a destra al km 224/100 in una stradina bianca. La totale mancanza di cartelli mi spinge a percorrerla tutta (circa 400 metri) ad occhi chiusi, affiancando un’azienda agricola da una parte e un terreno ben tenuto dall’altra. La località scopro chiamarsi Li Lioni, indovino il parcheggio, sotto il sole cocente, proprio di fianco alla necropoli che si apre in un banco calcareo.

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Le Domus de Janas sono strutture sepolcrali della Sardegna preistorica costituite da tombe scavate nella roccia. Si pensa che le prime domus siano state scavate intorno al 3400 a.C. Sono spesso collegate tra loro a formare delle polis sotterranee e in tutta l’Isola se ne contano più di 2000! I corpi dei defunti venivano deposti in posizione fetale accompagnati da strumenti e monili della loro vita terrena. Tutto ciò dimostra la credenza, delle genti prenuragiche, della continuità eterna dell’essere umano. Questa la storia. La leggenda è tutt’altra cosa! Le Domus de Janas erano le piccole abitazioni di minuscole fate (Janas), le creature fantastiche per me più affascinanti. Le Janas erano minute ma bellissime, dalla pelle molto delicata. Avevano il dono della profezia oracolare, erano abili guaritrici. Erano donne sacre e magiche, adoratrici della luna, dalle mille abilità: la tessitura, il ballo, il canto. Custodi di un sapere profondo e di grandi tesori nascosti. Benvolute allo stesso tempo temute dagli uomini per il loro immenso potere. Una leggenda che arriva fino ai giorni nostri intatta, anzi arricchita. Popolano ancora la nostra immaginazione e chissà che sia ancora possibile incontrarle in qualche remota parte della nostra Isola! 

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Nel complesso funerario de Su Crocifissu Mannu si contano ben 22 Domus de Janas ipogeiche (che io non avevo mai visto!), accessibili da un ingresso a pozzetto verticale o attraverso un corridoio (dromos) discendente. Collegate tra di loro in una complessa planimetria, particolare tipico delle domus del Sassarese, al loro interno hanno a volte colonne portanti, a volte ingressi decorati in rilievo. Databili al Neolitico recente con utilizzi fino all’Età del Bronzo (3200-1600 a.C.), furono portate alla luce nel 1956 prima e tra il 1972 e il 1980 poi. La tomba più particolare però è più nascosta e sempre a causa delle indicazioni assenti e del totale abbandono, me la sono persa! In essa son presenti due protomi taurine realizzate in basso rilievo, elemento simbolico della divinità maschile. Monumenti prenuragici, sottolineo oggi abbandonati, hanno avuto un qualche ruolo anche nella storia più recente quando proprio sopra le tombe passò un  tratto della strada che in età romana univa Turris Karales. I solchi creati dal passaggio dei carri, ancora oggi visibili, hanno però portato al crollo delle coperture di alcune Domus e rimane il mistero sul perché venne scelto proprio quel tratto dissestato su roccia quando affianco vi è, oggi almeno, un terreno più facilmente praticabile!

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Dicono porti sfortuna entrare nelle tombe fatate (sì, le ho ribattezzate così!) ma la mia curiosità è di gran lunga superiore alla superstizione e allora scivolo tra le ragnatele e il caldo umido, cercando di non fare rumore come se mi potessero sentire i fantasmi dei nostri avi, trattenendo il respiro al varco di una stanza dopo l’altra perché nel buio qualcosa può apparire. I colori che abbellivano le pareti hanno lasciato spazio ad uno strato di umida muffa dalle sfumature verdi e bordeaux; è pieno di pezzetti di conchiglie incastonate nella roccia; roccia, a tratti dorata, che si sbriciola ma che sembra non importare a nessuno, se non ai ragnetti campagnoli.

C’è così silenzio tutt’intorno, è assordante, è irragionevole. Sento addosso il peso della storia che urla senza far baccano, il senso di responsabilità che mi esorta a far qualcosa.

Ma son sola, l’unica domanda che posso fare coram populo è: PERCHE’? Chissà che qualcuno risponda.

In un bagno di sudore e con il termometro che segna 31 gradi, lascio la necropoli dimenticata… è ora di lavare via tutta questa rabbia per trasformarla in azioni decisive, e quale posto migliore della spiaggia per distendere i nervi?!

Direzione Platamona, e così uscimmo a riveder il mare.

…to be continued…again!

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Lug 08 2016

NordOvestSardegna ontheroad: 1’ tappa – Monte d’Accoddi (Sassari)

L’edizione estiva de #lamiasardegnaontheroad è appena iniziata e sabato scorso ha toccato il Nord-Ovest, precisamente i Comuni di Sassari, di Porto Torres e di Sedini. La prima tappa è suggerita da mio cugino che era totalmente in fissa con la fantarcheologia e scalpitava per andare a visitare il sito archeologico del Monte d’Accoddi, tra Sassari e Porto Torres.

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Da Olbia imbocco di prima mattina la SS 597 direzione Sassari per andare alla scoperta (sebbene in uno dei giorni più caldi dell’estate) del celebre altare prenuragico Monte d’Accoddi. I lavori sulla futura SS 131 a quattro corsie procedono e l’ultimo pezzo completato (inaugurato proprio una settimana prima) mi riempie il cuore di speranza: non dovrò aspettare il quinto rinnovo della patente per arrivare a Sassari in un’ora netta! Lasciato il capoluogo di provincia sulla destra, seguo quindi per Porto Torres sulla SS 131 e, come sempre accade nei miei road trip, mi perdo! Il GPS burlone del mio telefono mi porta davanti alla casa circondariale di Bancali. Assisto quindi ad una manciata di minuti della quotidianità da quelle parti, il tanto che basta per decidere di spegnere la tecnologia ed usare la vecchia cara cartina con bussola!

Sebbene il Monte d’Accoddi sia un sito archeologico dalla grande ed accertata importanza storica, non vi è traccia di un cartello che pubblicizzi l’esistenza di questa meraviglia dell’archeologia sarda, perla dell’architettura e dell’ingegneria prenuragica, fiore all’occhiello della nostra storia; né tanto meno vi è traccia di un’indicazione stradale prima di superare Porto Torres! Come sempre, parte la compilation di lamentele dalle note alte e stonate e il solito quesito mi appanna il parabrezza: come possiamo pensare di vivere di turismo in questo modo???

Lasciato Porto Torres sulla sinistra, sempre continuando sul vecchio tracciato della SS 131, dopo poco al Km 222/300 si trova una stretta uscita sulla destra con finalmente il primo cartello che indica la presenza effettiva del sito. La strada lastricata che imbocchiamo ci porta ad un grande parcheggio (dentro il cancello verde sulla destra), quindi riprendiamo il passaggio pedonale tra i campi dorati fino ad arrivare finalmente ai piedi del Monte d’Accoddi.

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Letteralmente Monte di Pietre, la visita del sito è stata mooolto emozionante. Sapere di essere al cospetto di un monumento considerato sacro dal 5000 al 2000 circa a.C. mi ha fatto sentire piccola piccola. Era un altare, un importante centro religioso, ricorda le ziqqurat mesopotamiche e il Monte d’Accoddi è l’unico esempio presente in tutto il bacino mediterraneo. Secondo gli studiosi, rappresentava per i nostri avi il punto di incontro tra umano e divino ed erano soliti, attraverso la rampa, portare doni alla divinità adorata. L’opera architettonica e ingegneristica dell’altare è incredibile. La piattaforma troncopiramidale a gradoni che vediamo oggi è un secondo altare che ne ha inglobato uno più piccolo, che avrei voluto tanto entrare a vedere (non è ancora aperto perché non ancora messo in sicurezza). Nel 2800 a.C. circa, questo venne interamente ricoperto alternando strati di terra e grosse pietre a loro volta contenuti da un rivestimento esterno in grandi blocchi di calcare. Il tempio a gradoni ha misure importanti oggi, figuriamoci ieri! 36 m x 29 m, di circa 6 m di altezza accessibile da una rampa lunga 42 m. Senza contare le capanne che nascevano tutt’intorno! Un villaggio imponente per forma fisica ma soprattutto spirituale!

E ciò che infatti mi salta dannatamente all’occhio è qualcosa di meno materiale e reale.

Sotto i nostri piedi, molto molto sotto, energie telluriche e forze magnetiche fluiscono e si intersecano, il nostro pianeta quindi respira e vive. Questo suo potere energetico, in alcuni punti è più intenso e si pensa che gli antichi luoghi sacri, proprio come il Monte d’Accoddi, siano stati eretti seguendo queste condotte naturali d’energia, percepite da sensitivi e stregoni. Probabilmente poi il magnetismo del posto si accentuava con la costruzione dei santuari e con la potenza della preghiera, con la presenza fisica di grosse pietre, ottime conduttrici d’energia terrestre, e con la fede di un intero popolo. Un popolo che, molto meglio di noi oggi, dava un reale senso al proprio arco vitale, dalla nascita alla morte; un popolo artefice di una primordiale filosofia sofistica, ormai persa ai giorni nostri. Girando e rigirando intorno all’altare, mi rendo conto di cosa abbiamo perso millennio dopo millennio: il profondo significato della nostra esistenza.

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Lascio questo luogo mistico con già la nostalgia di emozioni solo qui provate e mi rimetto in macchina, la destinazione, consigliatami dalla guida del sito archeologico è poco lontana da lì…e non mi sono persa ;)

…TO BE CONTINUED…

*

(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

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Lug 07 2016

Sardegna: 5 motivi per andare al Sud – l’Isola di San Pietro ontheroad

La seconda tappa de #lamiasardegnaontheroad all’inizio di quest’anno mi ha portato all’estremo sud-ovest della Sardegna, a me in parte sconosciuto!

E’ stata una scoperta straordinaria, uno dei quei road trip che mi porterò dentro per sempre!

Dalla Gallura son scesa fino all’Isola di Sant’Antioco (che però non ho avuto modo di girare ancora se non un veloce giro di Calasetta e dintorni che vedete nella prima decina di foto della gallery sotto!) e mi son imbarcata dalla bellissima Calasetta per l’Isola di San Pietro. Non voglio annoiarVi dicendoVi di quanto sia stato facile innamorarsi anche di questa parte di Sardegna, voglio invece elencarVi 5 buoni motivi per andare a vedere con i Vostri occhi l’isola dentro l’Isola!

1) Vi sembrerà di fare 3 viaggi in uno!

Non scherzo, è proprio così! Appena arriverete sull’Isola di Sant’Antioco, nella cittadina di Calasetta, da dove prenderete il traghetto (qui gli orari) per Carloforte sull’Isola di San Pietro, verrete catapultati in Grecia! Case bianche e celesti, tetti a terrazza, viuzze strette ma luminose, il mare tutt’intorno, profumo di pesce appena pescato, pescatori al molo che districano reti rosse e gialle e una marea di gente! Una volta sbarcati a Carloforte dalla Grecia passerete alla Liguria in un battibaleno! La cittadina fu fondata da una colonia di pescatori liguri provenienti da Tabarka, un’isola al largo della Tunisia. Le sue origini son tuttora presenti nel dialetto (che per un Sardo è davvero stranissimo sentire!), nei costumi, nella gastronomia e nell’impostazione urbanistica! Una volta lasciata Carloforte, unico centro abitato, entrerete finalmente in Sardegna. E Ve ne renderete conto per la magnificenza dei paesaggi: acqua cristallina, calette rocciose nascoste, macchia mediterranea rigogliosa, falesie a picco sul mare, spiagge da sogno.

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2) Vi leccherete i baffi con le ricette tipiche del posto!

A Carloforte le influenze nord-africana e ligure del passato si amalgamano con i sapori tipici sardi e il risultato è…golosissimo!!! Fate in modo di capitarci durante la Sagra del Cuscus Tabarkino e scoprirete un nuovo mondo! Il celebre cuscus Cashcà, piatto a base di semola cotta a vapore armonizzata con verdure e spezie, Vi conquisterà, così come lo stoccafisso alla Tabarkina, ma anche la Cappunnadda, piatto povero a base di gallette ammorbidite nell’acqua e condite con olio, aceto, pomodori e tunnin-a (tonno salato), il Tonno in tutte le sue varianti (non perdeteVi nemmeno il rinomato Girotonno, una grande festa di sapori e profumi!!!) e la Farinata. Lasciate spazio anche per i dolci mi raccomando: panetti con i fichi, giggeri e canestrelli sono come le ciliegie, uno tira l’altro!

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3) Il vento regalerà panorami da urlo!

Il vento in Sardegna non manca, se poi parliamo della piccola Isola a sud, diciamo che il vento non si calma mai!! Ma è un aspetto positivo perché proprio il vento regalerà un mare spettacolare in burrasca nella punta nord, acqua esageratamente limpida nella punta sud; nuvole che corrono nel cielo veloci per lasciare spazio ad un orizzonte limpido che si confonde con il mare. Il vento innalzerà musica di flauto fra le barche del piccolo porto e profumo di spezie tra le viuzze colorate.

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4) Rimarrete affascinati dalla storia di Carloforte!

La cittadina è comune onorario della città di Genova e fa parte del circuito dei “I borghi più belli d’Italia”. L’Isola fu abitata fin da epoca preistorica, come indica la presenza di alcuni nuraghi. Il suo nome fenicio è ‘YNSM‘ cioè Inosim (“isola degli sparvieri”) ma solo nel 1738 nasce il borgo di Carloforte, in seguito alla concessione dell’isola da parte del re Carlo Emanuele III ad un gruppo di famiglie originarie di Pegli, in Liguria, ma residenti a Tabarka, in Tunisia. Questi erano stati originariamente trapiantati qui nel Cinquecento dai Lomellini, i signori di Pegli, per sfruttare i ricchi banchi di corallo a poca distanza dalla costa tunisina, ma due secoli più tardi diventarono oggetto di vessazioni da parte del bey di Tunisi quindi ridotti in schiavitù. Carlo Emanuele III allora concesse l’Isola a Don Bernardino Genoves e ordinò il trasferimento dei Tabarkini sull’isola sarda. Il centro abitato fu originariamente costruito in legno, poi in muratura dall’ingegnere A. De la Vallée, con i colori e le costruzioni tipiche di Genova.

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5) Le celebri tre meraviglie naturali da non perdere sull’Isola di San Pietro.

La bellissima spiaggia La Bobba, con sabbia fine, fondale basso e acqua cristallina; la suggestiva Cala Fico, rocciosa e dai fondali ricchissimi di pesci; le Colonne, due grandi faraglioni (entrambi alti 16 m circa ma, causa forti mareggiate, qualche anno fa una Colonna è stata dimezzata!), protetti come monumento naturalistico. A queste tre imperdibili attrazioni, aggiungerei anche il faro di Capo Sandalo, il faro più occidentale d’Italia, che sorge su un’incantevole scogliera a strapiombo sul mare.

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***

Un consiglio spassionato che Vi do è di girarVi l’Isola on the road, è facile trovare tutti i punti più interessanti e, con un po’ di avventura, anche quelli più nascosti, tutto è ben segnalato ed è impossibile perdersi. E’ un’isola tranquilla, non c’è traffico sui pochi nastri d’asfalto che la attraversano, i suoi abitanti son gentili e sorridenti. La Vostra permanenza sarà piacevole, tanto quanto lo è stata la mia!

Buon Viaggio :)

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(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

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Giu 30 2016

Il tesoro nascosto nel Supramonte di Baunei: la Grotta del Fico.

LA GROTTA DEL FICO

Chi ama il trekking e, soprattutto, chi ama praticarlo con una guida del posto che sia quasi onnisciente sull’argomento e sui posti visitati, per partire alla scoperta del Supramonte di Baunei con i suoi segreti, non potrà che scegliere le pazienti guide di Explorando Supramonte.

Vi starete chiedendo, perchè?

Al pazzesco mix di trekking nel selvaggio Supramonte con annessa visita alle spiagge più belle dell’intera Isola, Explorando Supramonte aggiunge un ingrediente in più: un pizzico di speleologia!

Dopo aver camminato per ore sotto il sole e sotto un cielo terso che ci ha regalato panorami sul Golfo di Orosei dalla bellezza esagerata, dopo essere arrivati senza fiato a Cala Birìala ed averne goduto appieno lo splendore, siamo saliti su un gommone per approdare, nel giro di pochi minuti, sotto un’imponente falesia calcarea dentro la quale scopriremo di lì a poco la maestosa e ancora poco conosciuta Grotta del Fico.

La grotta raggiungibile solo via mare, a meno che non ci si cali con le corde via terra nei ripidi pendii di Bacu Padente (mi raccomando non avventurateVi da soli!), viene scoperta per caso da un coraggioso pastore per poi venire esplorata da speleologi professionisti solo nel 1957 (notizia di cui troviamo subito riscontro nelle pareti rocciose al suo interno) ma viene aperta al pubblico solo nel 2003 con un percorso turistico di 800 metri su apposite passerelle di acciaio posizionate sul letto fossile di un antico fiume sotterraneo (trovate qui le info per visitarla). Dimora preferita della foca monaca fino agli anni ’70, è una grotta per gran parte inesplorata poichè si estende sott’acqua per chilometri, nonostante ciò è annoverata tra le più belle e importanti grotte di tutta la Sardegna.

E ciò che hanno visto i miei occhi è davvero un’autentica meraviglia della natura.

Ampi spazi nei quali stalattiti, stalagmiti e colonne hanno differenti colori, dimensioni e conformazioni; specchi d’acqua di un trasparente turchese nei profondi sifoni che zigzagano in una miriade di cunicoli sotto continui giochi di luce ed ombra. Strutture complesse che sfidano la forza di gravità; tonalità a tratti calde, a tratti fredde; forme generose che nascono da sotto si alterano a forme longilinee che paiono cadere da sopra. Il silenzio umido della caverna è interrotto solo dal delicato scorrere dell’acqua che da millenni le regala la vita e nella quale il suo fascino si riflette.

Questo luogo nascosto nel cuore del Supramonte si lascia ammirare e fotografare, mentre offre ai suoi visitatori almeno un centinaio di ragioni per tornare.

P.S. Che altro aggiungere se non… ANDATECI! ANDATECI! ANDATECI! ANDATECI ASSOLUTAMENTE!!!

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-Non potevo non tentare un paio di scatti (ma proprio due di numero!) in lunga esposizione, così mi sono persa, ma solo per qualche minuto, dentro la magnificenza che ancora una volta regala il Supramonte di Baunei-

(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

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Giu 16 2016

Incantevole Sardegna – Cala Birìala (trekking nel Supramonte di Baunei)

Come ogni anno non mi faccio mancare l’appuntamento con il trekking, rigorosamente nel Supramonte di Baunei, che termina in una delle cale del Golfo di Orosei. In molti mi chiedono chi me lo fa fare a svegliarmi una domenica alle 5, mettermi in macchina alle 6 e affrontare due ore e mezza di traffico per poi farne altrettante a piedi faticando come pochi. Senza contare poi il rientro con la testa che praticamente fluttua nell’etere!

Ma io che questa terra la amo incondizionatamente, sono fortemente convinta che vada vissuta più che vista e credo che il modo migliore per vivere in particolare questa parte di Sardegna,sia l’amalgamarsi con essa, toccarla e sentirla attraverso il corpo e attraverso l’anima e penso che il trekking sia l’ideale per far ciò. Il legame con la natura, che il trekking riesce ad esaltare, tra sconfinati silenzi e bellezza autentica diventa pura magia.

Per questo nuovissimo 2016 ho scelto il percorso per Cala Birìala (per i più Birìola); ma vista l’esperienza tragicomica dello scorso anno (per chi se la fosse persa QUI trovate la mia storia), mi sono assicurata di essere accompagnata da una guida esperta tra le tante proposte sul web. Se avete letto la mia precedente esperienza, troverete surreale la coincidenza. Sì perché la guida è stata proprio Claudio!!!

Con il team di Explorando Supramonte e con un piccolo gruppo di coraggiosi di sardi e svizzeri, domenica 17 aprile sono quindi partita alla scoperta di un’altra magnifica perla della Sardegna.

Cala Birìala è tra le mete meno conosciute forse perché il percorso di trekking spaventa un po’ (indicato per Escursionisti Esperti) ma se ce l’ho fatta io (che mangio i culurgiones!) ce la potete fare anche Voi!!!

La cala è incastonata tra le foreste di lecci e ginepri secolari di Birìala e Bilariccoro ed è meravigliosa come le più celebri Mariolu e Goloritzè (alle quali ha veramente poco da invidiare!).

Il percorso di trekking dura circa due ore e mezza, parte dalla località Ololbissi e si estende per 3 chilometri. Per la mia personale esperienza Vi dico che il percorso è sì difficoltoso, (il dislivello è di circa 350 mt sia in salita che in discesa), ma credo che sia uno tra i più spettacolari perché, oltre ai panorami mozzafiato incorniciati dal profumo dei ginepri ai quali ormai sono abituata e affezionata, son presenti dei passaggi su pericolanti e pazzesche Scal’e Fustes nonché dei tratti di arrampicata e disarrampicata con funi d’acciaio che fan tremare le gambe ma che Vi faranno sentire orgogliosi conquistatori indiscussi!

Il percorso segue quello che anni e anni fa era battuto dai carbonai, le cui tracce son presenti in tutto il tragitto, che per arrivare al mare a caricare il carbone sulle chiatte dovevano sfidare le alte falesie, ora tanto celebri.

Tra sali e scendi, pietraie bianche e profumo di Sardegna genuina, ridendo, scherzando, sudando e fotografando arriviamo nel punto in cui il verde delle fitte fronde lascia spazio ad un abbagliante turchese.

E l’arrivo è un colpo al cuore. Sebbene sappia già cosa mi aspetta, l’emozione è sempre pazzesca!

Selvaggia, incontaminata, dai colori inspiegabili, insidiosa, Cala Birìala lascia a bocca aperta anzi, spalancata!

Man mano che scendiamo per trovare l’ingresso, letteralmente dentro le rocce, la felicità va di pari passo con l’incredulità.

La spiaggia di sassolini bianco-ambrati che diventano fine sabbia man mano che ci si avvicina all’acqua limpida, è impreziosita da un piccolo arco roccioso sul mare ed è racchiusa, come in un abbraccio protettivo, da una falesia di arenaria alta oltre 300 mt.

Tutta la fatica d’un tratto sparisce (GIURO!) e ci si sente come arrivati in paradiso (perchè io me lo immagino proprio così!).

Una Terra, la mia, che puntualmente toglie le parole di bocca. Anche ora a distanza di quasi due mesi, sono senza parole…le mie foto forse riusciranno a spiegarVi perché!

Buona visione :)

(Fotografie Copyright © Erica Costa 2016. Tutti i diritti sono riservati)

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Un ringraziamento immenso anche quest’anno va a Claudio e al team di Explorando Supramonte.

Grazie anche a chi ha preso parte a questa esperienza, spero di rincontrarVi presto!

***

Per maggiori info sui percorsi di trekking di Sardegna, uno più spettacolare dell’altro, visitate i seguenti siti:

TREKKING IN SARDEGNA

IL PORTALE SARDO

SARDEGNA NASCOSTA

SARDEGNA FORESTE

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Feb 23 2016

L’eternità di un attimo – Tramonti Svizzeri

C’è un momento di suprema perfezione nella vita di ognuno di noi che cade ogni singolo giorno. E’ l’ora del tramonto.

E’ quella parte della giornata in cui tutto è sospeso, dove credi che tutto sia possibile. E’ l’attimo eccezionale nel quale la fine ed un nuovo inizio si impastano per far dono allo spirito di grossi e golosi panetti di speranze. Il pessimismo di un’intera giornata sembra si dissolva dinanzi allo spettacolo naturale e un inatteso e vergine principio si prostra ai nostri piedi dall’orizzonte.

E’ il momento che preferisco in assoluto.

Uscire di corsa, immergersi nella natura in totale silenzio  e aspettare che il cielo si apra, che il sole lo dipinga, che i panorami dai toni caldi diventino un tutt’uno con le proprie emozioni.

Il tramonto è il momento della luce perfetta, quando l’occhio e l’obbiettivo vedono gli stessi colori, quando il cuore batte forte perchè quel momento impeccabile rimarrà fermo per sempre sulla pellicola, quello scatto perfetto addobbato di sensazioni indimenticabili.

E’ una parte della giornata dove il materiale diventa spirituale e viceversa. E’ il momento dei sorrisi luminosi, i miei preferiti, è l’attimo della leggerezza d’animo, sono i minuti destinati alla purezza della felicità, è la congiuntura tra i sogni e la realtà, è un periodo effimero ma riesce a regalare eterna bellezza.

Il Sentiero degli Ulivi, che costeggia il Ceresio (lago di Lugano) e che collega Castagnola a Gandria è un posto straordinario dal quale godere a trecentosessanta gradi dell’incredibile splendore della natura al tramonto. Tra i riflessi dell’acqua, le morbide montagne, il sapore mediterraneo di alberi e arbusti, è una passeggiata suggestiva.

E’ stato facile innamorarsi di quest’altro pezzetto di Svizzera. E penso che dalle foto si capisca bene il perchè!

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Buon viaggio e Buona Luce (al tramonto) a tutti :)

 

 

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Gen 29 2016

L’innato romanticismo di Lugano (Svizzera)

Non sapevo bene cosa aspettarmi dalla visita a Lugano, avveniva dopo il mio straordinario viaggio nella Lapponia Finlandese, per cui ero scettica sulla ricca città del Canton Ticino.

Mi ritrovai a passeggiare sul lungolago appena arrivata, era sera, l’acqua uno specchio nero, la città un insieme di piccole lucine colorate in esso riflessa.

Il suo fascino di città di montagna è unito all’ eterna bellezza della località balneare. Ho passato diversi quarti d’ora inginocchiata su un piccolo molo mobile cercando di catturare la sua anima con la mia fidata Canon; tra la nebbia intenta a rovinarmi gli scatti e la fretta (per il freddo) di ottenerne qualcuno decente, me ne stavo lì imbambolata. Poi guardai davanti a me. E’ stato in quel momento che mi sono innamorata della città svizzera.

Il lago sotto di me era rilassato, come il più professionale tra i modelli, si è lasciato immortalare. Ogni angolo era diverso, una posa nuova, meravigliose scoperte ad ogni scatto. Sarei voluta rimanere ancora e ancora ad ammirare il bagliore delle luci gialle tremolanti sull’ acqua vellutata che cambiavano forma ad ogni alito di vento.

Le nebbia che ha accompagnato tutti i giorni della mia breve sosta, è stata più che dispettosa, rivelatrice. Il suo celare le guglie delle montagne che incorniciano Lugano, ha donato al mio viaggio un’ombra misteriosa. Nebbia che una volta salita sul monte Brè con la funicolare, si è rivelata essere un mare di nuvole soffici e bianche o un pentolone di zucchero filato, brillante sotto la luce del sole; sarebbe stato l’ideale saltarci su o, meglio, assaggiarne un po’!

Gli alberi secolari lungo le rive del Parco Ciani con i rami che sembrano modellati nell’argilla, inchinandosi maestosi sull’acqua regalano alle coste regolari, riflessi artistici che lasciano senza fiato e dolci cornici nelle quali si incastonano i dettagli del lago. Ad ogni scatto il risultato è stata una perfetta cartolina-ricordo.

Il suo centro vestito a festa per Natale era un tripudio di vetrine scintillanti di orologi e gioielli, di eleganti signore accompagnate da distinti mariti, di profumo di vino caldo che si disperdeva nell’aria rilassata. L’atmosfera raffinata ed educata della città accoglie i viaggiatori dalle poche aspettative e li trasporta in un mondo a sè, fatto di bellezze raffinate: dall’arte allo shopping, dal lido alla montagna, dalla cultura alla gastronomia, dallo sport al relax.

Dall’amalgama dell’eccellenza dello stile italiano (consentitemelo!) e dell’impeccabilità svizzera,

ecco da dove nasce Lugano.

*

Buon Viaggio e Buona Luce a tutti!!!

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* * * CONSIGLIATI DA ME * * *

L’Hotel San Carlo Garni (Via Nassa, 28) ha una posizione ottima, nel cuore della città, sulla elegante via dello shopping. La gentilezza del personale, l’impeccabile pulizia, la bellezza lignea degli arredi lo rendono un hotel perfetto per chi vuol spendere “poco” ma avere tutti i comfort possibili per gli umili mortali. 10+

Il laboratorio artigianale con degustazione Pasta&Pesto (Via Cattedrale, 16) è il posto ideale per assaporare pasta fresca e sughi della tradizione italiana. Squisite le pietanze, rigorosamente freschissime, originale la location e simpatico il personale. Le Chicche al ragù 10+.

L’elegante Trattoria-Pizzeria Galleria (Via Gerolamo Vegezzi, 4) è uno di quei posti che ti rimangono impressi sia per la bontà della pizza (relativamente a buon prezzo) che per l’estrema cordialità del personale, in un ambiente caldo e accogliente. 10++

A dieci minuti di treno da Lugano si trova il Ristorante La Griglia (via Cantonale, 6807 Taverne) dove la carne padroneggia (a prezzi medio-alti) e nel quale ti fanno sentire a casa con modi gentili e con sapori caserecci superlativi. 10+++

* * * * * * * * * *

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Gen 08 2016

Il mio straordinario viaggio nella Lapponia Finlandese :)

Quando mi chiedono dove son stata, mi guardano con aria stupita e incredula dopo aver udito la mia risposta. Sì, non è il viaggio che tutti si aspettano, soprattutto durante i mesi più freddi. Però avevo davvero voglia di scoprire un nuovo mondo, anche se freddo e buio (ci son stata a dicembre). Un desiderio immenso di andare oltre i miei personali confini.

Il Circolo Polare Artico è un luogo di nuove scoperte dove tutte le certezze di una vita vengono meno: la notte, il giorno, il sole, la luna, la luce e il buio danno vita ad una realtà surreale lontana dalla nostra concezione.

A tutto ciò si somma la neve con i suoi ovattati silenzi, la magica presenza di Babbo Natale, quello vero, l’aurora boreale con i suoi colori in movimento, i docili animali dalle silenziose falcate, i profumi nuovi da dentro le cucine, di mirtilli freschi e di zuppe calde, il mistero degli sciamani e gli sguardi smarriti ed eccitati di pochi coraggiosi viaggiatori.

Il silenzio delle foreste mentre su una slitta una renna mi trascinava è ciò che non dimenticherò mai.

Come non scorderò la speranza, dentro una bufera di neve, di intravedere l’aurora boreale, stesa a terra, come d’estate in spiaggia sotto le stelle. Aspettare nella infinita notte polare un raggio di luce, scaldarsi nelle tende e apprendere i segreti dello sciamanesimo nordico.

Il ritrovarsi in mezzo a decine di sconosciuti attorno ad un fuoco a gustare cioccolata calda, nel bel mezzo del nulla. Lontani dal frastuono delle città, delle nostre vite, ascoltando solamente quell’allevatore di renne che ci narrava, senza parlare, la sua vita. Condividerla con lui per quelle poche ore di tremolante luce aranciata è stato pazzesco.

Incontrare il buon uomo di rosso vestito e vedere l’espressione attonita del mio bambino. Crederci fa così bene al cuore…

Addormentarsi dentro un igloo, un autentico igloo di ghiaccio e neve, respirarne l’aria gelida accucciata dentro un sacco a pelo rovente. Forse l’esperienza più straordinaria mai fatta. Aprire gli occhi al mattino e rendersi conto di non aver sognato, ho veramente dormito tranquillamente a meno tre gradi!

Sudare dentro una sauna, quasi obbligatoria in quei Paesi, e ascoltare la stanchezza lasciare il corpo mentre  il dolce ricordo di ciò appena vissuto andava ramificandosi dentro le arterie.

Una luna gigante è comparsa tra le fronde degli abeti, rosea, ogni dettaglio dei suoi crateri visibile ad occhio nudo. Inseguirla mentre gioca a nascondino fra i rami biancolini e scivolare dentro un lago, per fortuna ghiacciato.

Le poche ore di luce ti fanno apprezzare ogni cosa tre volte di più; la notte perenne è la bacchetta magica di una fata: le luci di Natale, un cielo zeppo di nuvole dai riflessi gialli, lo scintillio dei fiocchi di neve e delle sculture di ghiaccio.

Il rispetto per quella Natura lassù così dura. Vivono in simbiosi senza mai lamentarsi gli uni dell’altra. Una grande madre che protegge i suoi piccoli abitanti che di Lei hanno una cura indicibile.

Una terra fredda la Lapponia ma che scalda cuore e mente, inaspettatamente.

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Per volare in Lapponia: FinnAir.com

Per soggiornare in Lapponia: Guesthouse Borealis

Per le escursioni in Lapponia: Lapland Welcome

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Se avete bisogno di consigli o info chiedetemi, sarò felice di aiutarVi attraverso la mia esperienza! :)

* BUON VIAGGIO A TUTTI *

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